I tredici teschi del destino. Mito o realtà?

Teschi di cristallo


Il quarzo è il costituente principale di molti materiali di uso comune, come la porcellana e il vetro.

E' un materiale di incredibile resistenza al calore e per questo viene utilizzato per creare oggetti che possano sopportare enormi sbalzi termici e altissime temperature.
Ma la proprietà fisica più incredibile del quarzo, la piezoelettricità, fu scoperta intorno alla fine dell'ottocento dalla scienziata Marie Curie.

In pratica, esercitando una pressione meccanica su un cristallo di quarzo, questo genera elettricità; un esempio concreto lo è la scintilla dei moderni accendini, generata proprio da questo affascinante cristallo.
Inoltre, come narrato da Platone, nel mitico continente di Atlantide dei misteriosi cristalli venivano utilizzati per produrre un'enorme energia che, sfuggita al controllo, sarebbe stata la causa principale della sua stessa distruzione; si ipotizza che si trattasse proprio di cristalli di quarzo.

Secondo un'antichissima leggenda Maya, tramandata oralmente, esistono al mondo tredici teschi di cristallo (puro quarzo) che racchiuderebbero enigmatiche informazioni sulle origini, gli scopi e il fato dell'intera Umanità.
In base a quest'antica credenza un giorno, quando finalmente tutti i teschi saranno stati ritrovati e messi assieme, avranno di nuovo l'immenso potere di trasmettere alla razza umana tutta la loro conoscenza, a patto che l'umanità sia già abbastanza evoluta e moralmente integra; a seguito di questa leggenda fu dato loro il nome di “Teschi del destino”.
Degli autentici tredici teschi, attualmente, ne sono stati rinvenuti soltanto quattro.
Dove si trovino gli altri nove resta proprio una grossa incognita, poiché non se ne conosce la precisa ubicazione.
I tanti testimoni che hanno avuto modo di vedere i quattro teschi, affermano che in loro presenza avvengono strani fenomeni inspiegabili di vario genere.
Uno di questi fenomeni è dato da bizzarri aloni di luce, un altro da strani suoni e, addirittura, da alcune fiammelle dentro le orbite oculari.

Le accurate indagini scientifiche hanno appurato che potrebbe trattarsi soltanto di semplici allucinazioni provocate dalla continua emissione di energia elettromagnetica da parte dei teschi.
La stessa energia elettromagnetica prodotta dal cervello umano, che entrerebbe in interazione con quella dei teschi provocando, secondo i ricercatori, le suddette allucinazioni.
Questi teschi, nel corso degli anni, sono stati oggetto di svariati studi scientifici, antropologici e anche sociologici.
Sono stati rinvenuti svariati teschi di cristallo ma, dopo attente analisi, soltanto quattro risultarono essere gli autentici teschi del destino.

Il rinvenimento del primo teschio, il più prestigioso, avvenne casualmente nell'estate del 1926 durante una spedizione del noto archeologo e avventuriero Frederick Albert “Mike” Mitchell-Hedges, un uomo molto famoso e popolare negli anni venti.
A ritrovare il mitico reperto fu la figlia adottiva Anna nello Yucatan, terra dei Maya, nei pressi della città perduta di Lubaantun.
Città, che nel linguaggio dei Maya significa “città delle pietre cadute”, fondata nel 700 d.C. e abbandonata circa due secoli dopo.
La spedizione archeologica di “Mike” Mitchell-Hedges, una delle tante degli ultimi anni, aveva come obbiettivo principale il ritrovamento proprio della città di Lubaantun grazie alle indicazioni degli indigeni.
Poiché sperava di ritrovare così i resti della mitica Atlantide descritta da Platone, non scoprì Atlantide ma non rimase certo deluso dallo spettacolo architettonico che gli si presentò davanti agli occhi nell'ammirare Lubaantun.
Il teschio di cristallo ritrovato da Anna Mitchell-Hedges, risalente a quasi quattromila anni fa, era di dimensioni perfettamente naturali e del peso di cinque chilogrammi.
Dopo un'attenta analisi al microscopio, la liscia superficie del teschio non presentò tracce di graffi o segni di un qualunque attrezzo.
Questo fatto indurrebbe a pensare che il teschio sia stato accuratamente lavorato sfregandolo con la sabbia.
Ma per fare questo sarebbero dovute occorrere le mani di esperti artigiani che avrebbero dovuto lavorarci costantemente, giorno dopo giorno, per non meno di trecento anni.
Il secondo teschio, esposto tra i reperti del British Museum di Londra, è quasi identico al primo sia nelle dimensioni che nel peso ma è anatomicamente meno preciso.
Questo, di origine azteca, risalirebbe a non oltre il XV secolo d.C. e fu portato dal Messico in Europa da un ufficiale spagnolo.
Il terzo teschio, chiamato teschio di Sha-Na-Ra, fu ritrovato nel Gerraro del Messico Centrale lungo il Rio Baltha dal signor Nick Nocerino, suo attuale proprietario.
Infine il quarto teschio, definito “Max” e appartenente a Joanne Parks, si trova a Houston in Texas.
Su questo teschio non si sa nulla di più, a parte che è stato giudicato autentico e che anticamente apparteneva al tibetano Norbu Chen.
Il giorno in cui i tredici teschi del destino saranno finalmente ricongiunti potremo sapere se la leggenda che li circonda è reale o se è soltanto uno dei tanti miti che aleggiano nel nostro mondo. Soltanto il tempo potrà darci una concreta risposta.

                                                                                                                                         Luigi M. C. Urso


 Aggiornamento sui teschi del destino. Falso quello del British Museum


Dopo nuove e accurate analisi effettuate recentemente sul teschio di cristallo esposto al British Museum, ne è stata riscontrata la “non autenticità”.

Il particolare che ha fatto crollare le certezze sul teschio del British Museum, mettendo gli esperti di fronte ad un falso molto ben realizzato, consiste nel tipo di lavorazione con cui è stato realizzato lo stesso teschio.

Analizzando accuratamente la superficie di quest'ultimo si denota che il teschio fu tagliato e levigato con una sorta di ruota molto conosciuta ed utilizzata dalle gioiellerie d'Europa nel XIX secolo, ma assolutamente sconosciuta nell'America pre-colombiana da cui proverrebbe il teschio di cristallo.
Gli studiosi che lo hanno minuziosamente analizzato sono quasi sicuri che il cristallo, da cui fu realizzato il teschio, provenga da un tipo di roccia presente in Brasile.
Roccia che fu tagliata da un gioielliere ed inviata in Europa, probabilmente in Germania, dove fu successivamente venduta a dei collezionisti spacciandola per reliquia autentica della civiltà Azteca del Messico.
Ian Freestone, professore dell'Università di Galles a Cardiff nonché capo della ricerca scientifica al British Museum Londinese, ha dichiarato che sicuramente il teschio non è un autentico oggetto azteco poiché gli autentici cristalli di rocce azteche presentano un grado di levigatezza molto più dolce di quella del teschio che, invece, ha un aspetto più ruvido che può essere ottenuto soltanto con l'utilizzo delle moderne attrezzature.

Inoltre si scoprì, dopo un attento lavoro da parte dell'archivista Jane Walsh dello Smithsonian Institution di Washington, che a suo tempo il teschio fu venduto al British Museum dal gioielliere newyorchese Tiffany nel 1897 il quale, a sua volta, lo aveva acquistato precedentemente dal cittadino francese Eugene Boban.
Si seppe, inoltre, che nello stesso periodo Boban vendette un teschio simile anche ad un altro collezionista che lo donò successivamente al Musèe de l'Homme di Parigi, dove si trova esposto attualmente.
Tutto questo non fa altro che evidenziare sempre più la certezza che il teschio del British Museum sia indubbiamente un falso, anche se di ottima realizzazione.

Con questa scoperta, il numero degli autentici teschi del destino ritrovati si riduce soltanto a tre: quello rinvenuto da “Mike” Mitchell-Hedges, quello in possesso di Nick Nocerino e quello di Joanne Parks.

                                                                                                                                   Luigi M. C. Urso

 Il primo teschio rinvenuto

Teschio di cristallo

 "Mike" Mitchell-Hedges

Frederick Albert Mike Mitchell-Hedges

 Teschio di Sha-Na-Ra

Teschio di Sha-Na-Ra

 Teschio "Max"

Teschio di cristallo Max

 Jane Walsh

Jane Walsh